La crisi dei giornali italiani

Chi ha una ricetta si accomodi. Davanti alla chiusura delle edicole e il calo costante delle copie vendute, nessuno sembra avere in Italia le idee chiare su come rilanciare le vendite dei quotidiani. È però un errore pensare che sia tutta colpa di Internet o della cosiddetta convergenza digitale, che ha creato nuovi modi di fruire le notizie e ha fatto contrarre vistosamente la vendita dei quotidiani. Nel mercato italiano ci sono criticità che non consentono di ottenere gli stessi risultati del New York Times, che dal 1999 al 2015 ha saputo raddoppiare il numero di abbonati (da 453 milioni a 846 milioni, dati Traffic). Oppure, per restare in Europa, che non consentono di emulare la situazione dei giornali francesi nell’attrarre pubblicità e tenere sotto controllo i costi.

I guai per i grandi gruppi editoriali italiani sono iniziati con la crisi del 2008. Da allora resta cronica l’incapacità di finanziarsi attraverso la pubblicità. Gli investimenti pubblicitari in Italia sono destinati per oltre il 50% alla televisione, quota che scende sotto il 30% nella vicina Francia e intorno al 25% in Europa. Il giornale cartaceo in Italia sviluppa un invenduto di copie che supera il 30% del totale delle copie stampate, mentre in Francia hanno da tempo affinato questo canale distributivo e oggi le copie invendute sono solo il 15% di quelle stampate. Quote non indifferenti di investimenti si perdo anche nel mercato dei collaterali: gadget, libri, film, articoli da collezione e altri accessori collegati alla vendita dei quotidiani hanno espanso il fatturato degli editori fino al 2008, ma ora la ricetta dei collegati sembra non piacere più, tanto che le edicole fisiche chiudono una dopo l’altra.

Di quanti sono diminuite le copie vendute?

Resta la sfida di come monetizzare al meglio le edizioni online dei quotidiani, di come gestire il traffico utenti che potrebbe valere oro, ma che genera una percentuale di abbonati (sul totale delle copie vendute) pari all’1,15% per il Corriere della Sera e allo 0,86% per Repubblica, che nel 2018 sta spingendo fortemente sugli articoli online da poter leggere solo con abbonamento. Ma qual è la reale dimensione dell’emorragia di copie vendute? Ce lo dicono i dati raccolti da Ads confrontando le copie vendute nel 2004 e nel 2017.  Sono nati, al fine di agevolare la diffusione di quotidiani online, numerosi siti web atti alla commercializzazioni di buoni e coupon sconto per agevolarne la diffusione. Tra i grandi quotidiani nazionali, La Stampa ha perso il 50% di copie vendute, passando 244.443 a 123.585 copie giornaliere di media.  Peggio ha fatto il Corriere della Sera, passato da 505.635 a 198.761, per un calo del -61%. Il calo di Repubblica è del -62%, mentre quello del Sole 24 Ore è del -66%. Neanche i giornali con opinioni fortemente polarizzate sono andati meglio, come dimostra il -64% di Libero, il -67% de Il Giornale e il -100% de L’Unità. E già, lo storico quotidiano fondato da Antonio Gramsci è passato dalle 59.308 copie giornaliere del 2004 alla chiusura di oggi.

 

I cocktail più bevuti al mondo, una classifica estremamente seria

Sono tante le ragioni per bere un cocktail: sciogliere il ghiaccio, riscaldarsi, distrarsi e festeggiare un avvenimento importante. Sono altrettante le ragioni che portano a fare affari nel settore beverage, che in tutto il mondo sviluppa un giro d’affari di svariati miliardi di dollari. Tra i più grandi produttori di alcolici, una classifica ferma al 2013 incoronava al primo posto il gruppo belga Anheuser Busch InBev, che ha in portafoglio brand come Corona, Leffe, Beck’s e Stella Artois e un fatturato che supera i 43 miliardi di dollari. Seconda risultava Heineken con oltre 28 miliardi di dollari. Terza Diageo, multinazionale proprietaria del brand Guinness con oltre 25 miliardi di dollari. Più in dietro in classifica, con 2 miliardi di dollari di fatturato, si trovava anche l’azienda italiana di Davide Campari. In questi ultimi anni il mercato è rimasto assai vivace, tra fusioni, acquisizioni e nuove partnership.

L’Europa dell’Est è uno dei mercati più importanti

Il consumo di alcolici dipende anche da fattori culturali, antropologici e climatici. Questo lo si evince ad esempio da una rilevazione della World Healt Organization sul consumo pro capite di alcolici per nazione. Nella classifica mondiale risulta quinta l’Austria, quarta la Croazia, terza la Repubblica Ceca, seconda la Lituania e prima la Bielorussia. È possibile individuare fattori che accomunano questi paesi, tutti situati nella zona est del Vecchio Continente e caratterizzati da livelli di benessere migliori di quelli che si possono registrare in Romania o Bulgaria. Ciò a testimoniare che se il freddo incide sul consumo di alcolici, anche il livello di reddito gioca un ruolo importante, così come fattori appartenenti al folklore, i festeggiamenti e le usanze del luogo.

I cinque cocktail più venduti del 2017

Nella classifica dei cocktail più venduti nel 2017 entrano invece ben altre considerazioni. I trend che influenzano il successo di un cocktail sono pressappoco infiniti. Contano le mode, gli ingredienti che trovano il favore di un target di consumatori, le tendenze che esplodono nel giro di una stagione, le abili operazioni di marketing da parte di aziende non per forza appartenenti al settore del beverage alcolici. La classifica stilata da Drink International, tuttavia, mostra anche la capacità che hanno i cocktail più tradizionali e conosciuti di mantenere saldo il favore del pubblico. Al quinto posto figura ad esempio il classico Daiquiri, che è anche il primo cocktail, come diffusione globale, tra quelli preparati con il rum. Quarto posto per il Martini Cocktail, preparato con il gin e l’immancabile oliva bianca. Terzo posto per il Whiskey Sour e secondo posto per l’italiano Negroni. Al primo posto figura tutta l’eleganza nostalgica dell’Old Fashioned, preparato con bourbon, angostura bitter, zucchero e soda.

 

Sedie ergonomiche a Palermo, alla scoperta del design scandinavo

Chiunque voglia arredare casa a Palermo sa di non poter contare sul principale operatore svedese nel campo del mobile componibile, presente invece a Catania. Se ad attrarre è quel design scandinavo fatto di linee delicate, inclinazioni leggere, volumi puri e dialogo con l’ambiente, al quale si guarda per la texture dei materiali e l’impatto cromatico complessivo, allora vale la pena visitare uno degli showroom Ergomodo. È bene tenere a mente, però, che da Ergomodo si predilige un’offerta di qualità, piuttosto che mass market. Un occhio è certamente rivolto al prezzo, perché ogni famiglia ha un budget con cui dovere fare i conti, mentre l’altro è libero di guardare verso l’ergonomia, il design, i nuovi materiali e i modi alternativi di vivere il mobile.

Partendo da un oggetto di arredo che ha contribuito a creare il mito del design scandinavo, la sedia “a panchina cinese” progettata dal danese Hans J. Wegner, da Ergomodo la storia del nordic design continua con le sedie ergonomiche Varier. Un’azienda norvegese nota ormai dal Giappone agli Usa, la cui ascesa è iniziata soprattutto dal 1979, quando il designer Peter Opvisik presentò la sedia ergonomica Varier Balance. Ancora oggi questa è una delle sedie ergonomiche Varier più apprezzate, sia per l’aspetto originale da pezzo unico di design, sia per l’active setting, il movimento costante ricercato dalla sua struttura anche quando ci si è seduti. Una soluzione, l’active setting, che migliora la circolazione sanguigna, favorisce l’ossigenazione dei tessuti, avvantaggia la respirazione e ha ricadute positive sulla salute fisica e mentale delle persone.

Ergomodo porta in Sicilia le sedie ergonomiche e per ufficio

Bellezza e benessere caratterizzano tutte le sedie ergonomiche Varier: Actulum è una moderna rivisitazione della classica sedia a dondolo; Gravity fa suoi materiali resistenti per una sfida alla cinetica e alla gravità, Move è un elemento di seduta che definire sgabello è riduttivo. Tutte queste creazioni arrecano indubbi vantaggi di postura, arredando con gusto soprattutto l’ambiente domestico. Se invece le sedie ergonomiche a Palermo servono in ufficio, il luogo dove visionarle, testarle e sceglierle resta Ergomodo, ma il brand a cui fare riferimento diventa Hag.

Anche Hag è una nobile firma norvegese nel campo dell’arredamento, ma l’offerta di sedie ergonomiche Varier a Palermo è concentrata su prodotti certificati per la sicurezza e la salute del lavoratore. Le sedie Hag per uffici e sale riunioni non rinunciano al design scandinavo, dinamico e accogliente, ma la loro funzione è strettamente connessa alla bellezza delle forme, con l’obiettivo di bandire la posa statica e diminuire la stanchezza e gli errati carichi posturali. Tutto ciò aumenta il benessere psicofisico del lavoratore, stimolandolo sul fronte dell’impegno e della performance e aumentandone la collaborazione e partecipazione.